Siamo a Mykonos da otto anni ormai, innamorati di questa isola e del nostro lavoro. Le esperienze precedenti ci hanno portati a tatuare in giro per il mondo, ma nessun posto come questo ci ha mai dato una clientela così diversa per nazionalità e cultura; la tipologia dei tatuaggi che eseguiamo nell’arco della stagione, cinque sei mesi qui a Mykonos, la dice lunga al riguardo: si va dal piccolo fiorellino sulle dita del piede al tribalone maori che veste le spalle. L’uno o l’altro vengono eseguiti con la perizia data da più di trenta anni di esperienza e il rispetto dovuto al sacro gesto di porre segni permanenti sulla pelle di un essere umano.
L’aspetto sciamanico del tatuaggio ci è sacro e come diceva il nostro maestro, Boccanera, “ognuno ha il tatuatore che si merita, così da non lasciarci lo zampinoâ€. Ne diceva tante il maestro, ma fin da quando insieme, noi semplici assistenti, tatuavamo a Brindisi i crociati che gozzovigliavano attendendo di imbarcarsi con Goffredo per la prima crociata, quello che soprattutto ci è restato dei suoi insegnamenti è un rispetto assoluto dell’etica. “Butta l’agoâ€, diceva sempre lui, talvolta aggiungeva “e torna alla zappaâ€, ma questo è un altro discorso.
Ripeteva di sterilizzare sempre tutto; di non affondare più di tanto gli aghi tatuando così da non fare patacconi confusi sulla pelle altrui. Diceva di usare i colori perché sbiadiscono meno del nero negli anni; di consigliare il cliente perché noi avevamo una cultura riguardo i tatuaggi e il cliente non era tenuto ad averla.
Una forma di tatuaggio per ogni differente zona del corpo, così che l’eleganza di un ornamento fosse tale per sempre.
Ne diceva tantissime il maestro, un po’ come il San Francesco di Troisi che parlava agli uccelli, ma qualcosa di positivo delle sue parole è rimasto. Forse l’allegria che vive nel nostro studio a Mykonos viene pure da quelle.
Allegri e sobri è un po’ il motto di tutti noi del Mykonostattoo: di Dafni, l’affascinante piercer franco greca, dai profondi occhi scuri e il sarcasmo dolce di una sadica per bene, di Nenad, il piccolo (due metri e uno) giovane artista dal profondo dei Balcani con il suo cuore puro e la sua mano magica, e Gippy infine, antesignano del tatuaggio in Italia, dato per disperso, morto, fori de testa cento volte, ma invece qua, di nuovo insieme a Pino come quella volta a Calatafimi, ovviamente con il nostro comune maestro, o quell’altra volta a Goa mentre i portoghesi di Francesco di Xavier sbarcavano, o a Kabul aspettando che Alessandro lasciasse Balk e muovesse verso l’Indo.
Una piacevole combriccola. Ciao.
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